LE OCHE, IL CANE E LA GAZZA

Ho incontrato Livio in un periodo particolare della sua vita, in piena fase di transizione da un’intensa attività imprenditoriale ad un momento di rielaborazione del proprio ruolo nel mondo del lavoro.
La globalizzazione non può essere arrestata ma solamente cavalcata.
L’attività sportiva che ha formato il suo carattere fin da giovanissimo gli ha permesso di accettare la sfida e di riorganizzarsi in una nuova forma imprenditoriale portandolo inevitabilmente ad allargare il proprio campo visivo e la propria capacità di comunicare.
Così l’esperienza professionale diventa il suo primo strumento.
Ma cosa centra tutto ciò con un’esposizione di scultura? Perchè è importante capire come, accettando la realtà, Livio riesca a rimanere protagonista di sé stesso.
“Sostituire la parola alla chiave inglese” è, in senso figurato, la giusta metafora.
L’arte infatti non è altro che una continua reinterpretazione dell’esperienza, non solo per chi la produce ma anche per chi l’osserva. È lo strumento che permette di liberarsi, talvolta, dal meccanicismo funzionale che la vita quotidiana spesso comporta, un modo per “guadagnare” un’altro punto di vista, meno concreto a prima vista, ma molto utile se si vuole aprire la mente alla possibilità di riconsiderare la propria esistenza.
Nella fase della vita in cui viene naturale fare dei bilanci, paradossalmente ci si rende conto che i numeri si mescolano ai ricordi, alle emozioni, fatte spesso di cose semplici ma indelebili.
Il fanciullo un po’ ribelle che pascolava le oche assieme al suo cane fedele, con la gazza sulla spalla, è l’immagine forte che Livio mi trasmette quando gli si illuminano gli occhi, quando reinterpreta sé stesso, con quell’estro e quella fantasia finalmente liberata.

GIANPIETRO CARLESSO

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