LE OCHE, IL CANE E LA GAZZA

Ho incontrato Livio in un periodo particolare della sua vita, in piena fase di transizione da un’intensa attività imprenditoriale ad un momento di rielaborazione del proprio ruolo nel mondo del lavoro.
La globalizzazione non può essere arrestata ma solamente cavalcata.
L’attività sportiva che ha formato il suo carattere fin da giovanissimo gli ha permesso di accettare la sfida e di riorganizzarsi in una nuova forma imprenditoriale portandolo inevitabilmente ad allargare il proprio campo visivo e la propria capacità di comunicare.
Così l’esperienza professionale diventa il suo primo strumento.
Ma cosa centra tutto ciò con un’esposizione di scultura? Perchè è importante capire come, accettando la realtà, Livio riesca a rimanere protagonista di sé stesso.
“Sostituire la parola alla chiave inglese” è, in senso figurato, la giusta metafora.
L’arte infatti non è altro che una continua reinterpretazione dell’esperienza, non solo per chi la produce ma anche per chi l’osserva. È lo strumento che permette di liberarsi, talvolta, dal meccanicismo funzionale che la vita quotidiana spesso comporta, un modo per “guadagnare” un’altro punto di vista, meno concreto a prima vista, ma molto utile se si vuole aprire la mente alla possibilità di riconsiderare la propria esistenza.
Nella fase della vita in cui viene naturale fare dei bilanci, paradossalmente ci si rende conto che i numeri si mescolano ai ricordi, alle emozioni, fatte spesso di cose semplici ma indelebili.
Il fanciullo un po’ ribelle che pascolava le oche assieme al suo cane fedele, con la gazza sulla spalla, è l’immagine forte che Livio mi trasmette quando gli si illuminano gli occhi, quando reinterpreta sé stesso, con quell’estro e quella fantasia finalmente liberata.

GIANPIETRO CARLESSO

LIBERA_MENTE

Le sculture di Livio Fantini indicano, nella sequenza di immagini pubblicate in questo catalogo, il suo percorso di ricerca. Dopo una prima esperienza fatta di rappresentazioni fantastiche, principalmente figure animali legate alla sua infanzia, si indirizza sempre più verso una sintesi formale della figura umana con composizioni di gruppi o coppie di figure stilizzate accostate tra loro.
Da queste ricerche formali emerge una precisa intenzione sperimentale indirizzata alla manipolazione dei materiali e delle superfici, alle finiture: la bruciatura del legno di castagno con la fiamma ossidrica ad esempio, la levigatura opaca, la finitura all'olio di lino, così come l’utilizzo di legni ricomposti recuperati dalle pratiche industriali.
La tecnica di Livio è in continua evoluzione, la sua naturale capacità manuale lo porta a cimentarsi con materiali sempre più duri: dalle pietra opache del Natisone passa ai nobili materiali della scultura, come marmi e alabastri, per sondare altre possibilità, altre potenzialità espressive.
Questo aspetto lo porta ad evolvere la sua percezione della materia. Il processo del togliere, dapprima unica condizione tecnica di una rappresentazione formale, diviene ora anche condizione mentale.
Lo spazio si qualifica nella materia, che nel gesto di sottrazione si produce ora anche come forma interna.
Il vuoto si relaziona con il pieno, si struttura, si organizza in forma autonoma ed organica (nastri).
Da questo processo di rielaborazione la materia diventa protagonista, non più semplicemente strumento formale ma espressione intima della natura stessa. Le superfici dei marmi sempre più levigate rivelano la loro composizione interna, le curve si caricano di tensione, gli spessori si assottigliano alla ricerca dell’essenziale.
La luce ora è parte della scultura stessa, vive nelle trasparenze della materia, nei suoi vuoti e nei suoi riflessi.
Nelle ultime immagini si possono chiaramente osservare i risultati di questo percorso: forme pulite, quasi minimali, come fossero state purificate dal tempo (l’unico grande maestro della scultura), libere dalla necessità di dover per forza rappresentare o raccontare qualcosa.
Sono, nella loro semplice perfezione la concreta manifestazione dell’esistere.
Così Livio Fantini, come scultore, produce il suo concetto di libertà e lo comunica in forma diretta tramite la sua genuina forza creativa. Libera forma, libera-mente!

GIANPIETRO CARLESSO

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